sabato, gennaio 12, 2008

prossimamente

albertomattei.it

martedì, dicembre 25, 2007

Buone Feste!

Arrivederci al 2008.

domenica, dicembre 23, 2007

A proposito del caso di intercettazione e dignità pubblica

IL MALE DELLE INTERCETTAZIONI

LA POLITICA CHE AFFONDA


di SERGIO ROMANO


La conversazione telefonica tra Berlusconi e Saccà è soltanto un’altra puntata in quella interminabile sequenza di intercettazioni che è ormai il più morboso e istruttivo reality show della politica nazionale. Mai prima d’ora, tuttavia, mi è sembrato che un episodio suscitasse contemporaneamente tanti motivi di sgomento e d’indignazione. Scrivo in prima persona perché temo che alcuni dei miei sentimenti pecchino d’ingenuità ma spero che siano condivisi da molti italiani. Abbiamo appreso che dietro le quinte del potere vi è un fitto scambio di favori meschini, che il sostegno della Lega si conquista con una fiction e che il voto di un parlamentare si compra con l’assunzione di una soubrette. Come è possibile fare discorsi altisonanti alla nazione, preannunciare grandi riforme e pretendere di essere creduti quando si parla, nell’intimità di una conversazione privata, il linguaggio dei procacciatori d’affari? I nastri registrati delle conversazioni di Nixon (un evento che scandalizzò per parecchi mesi l’opinione pubblica degli Stati Uniti) furono una tragedia del potere. Questa è soltanto una brutta commedia.
Un dirigente della Rai telefona al leader dell’opposizione per chiedergli di interferire nelle decisioni del suo consiglio d’amministrazione. Parla come un personaggio delle sue fiction peggiori ed è pronto a ripagare l’interferenza trovando spazio nei programmi per un’attrice cara a un uomo politico di cui occorre conquistare l’amicizia.
Berlusconi si giustifica con un argomento (alla Rai sono tutti raccomandati) che descrive abbastanza fedelmente, con ogni probabilità, le condizioni della tv di Stato. Ma dalle sue parole abbiamo appreso che uno dei maggiori uomini politici nazionali non si propone di riformare il servizio pubblico: vuole soltanto servirsene, se possibile, meglio di altri.
La Rai ha reagito alle parole dell’ex presidente del Consiglio con dichiarazioni tartufesche: uno di quei comunicati che si fanno per la facciata, nella convinzione che tutto, comunque, continuerà come prima.
La magistratura, per l’ennesima volta, è sembrata insensibile alle conseguenze dei propri atti e non sembra disposta ad accertare come e quando le intercettazioni escano da un fascicolo per finire in pasto alla pubblica opinione.
La classe politica, con qualche lodevole eccezione, si è comportata con il suo stile abituale. Gli oppositori di Berlusconi si sono scandalizzati e i suoi amici lo hanno difeso. Se le intercettazioni avessero colpito esponenti del centrosinistra, come accadde qualche mese fa, i ruoli si sarebbero invertiti. Mai come in queste circostanze abbiamo constatato che maggioranza e opposizione, anche quando rivendicano le loro differenze, si assomigliano come gemelli.
La Rai al servizio della politica, leader politici che contraddicono in privato i loro programmi pubblici, violazione della privacy , indifferenza della magistratura, reazioni ipocrite o strumentali: non so quale sia il peggiore dei mali emersi da quest’ultima intercettazione. Ma so che queste vicende stanno scavando una fossa in cui tutta la politica italiana rischia di affondare.


Fonte: www.corriere.it

domenica, dicembre 16, 2007

La certezza di una via d'uscita nel mercato del lavoro


di Cosetta Bergonzini , Alessandra Del Boca e Paolo Rota


Il contratto unico che superi il dualismo attuale fra assunzioni permanenti e temporanee è una soluzione proposta per risolvere il problema della precarietà. Si concentra però sull'ingresso sul mercato del lavoro, senza affrontare le problematiche dal lato delle uscite. Ma se si vuole ridurre il ricorso ai contratti atipici e la polarizzazione fra insider e outsider non ci si può dimenticare di razionalizzare le procedure di licenziamento. Con l'introduzione di costi magari altissimi, ma predefiniti e certi. O il ricorso all'arbitrato obbligatorio.

Fra le proposte avanzate per risolvere il problema della “precarietà”, la più interessante, di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, propone il superamento del dualismo fra contratti permanenti e temporanei con un contratto unico. Ci si concentra dunque sul lato dell’ingresso sul mercato del lavoro, senza però affrontare le problematiche dal lato delle uscite.

I costi del licenziamento

Una proposta che voglia ridurre la “precarietà” e la polarizzazione fra insider e outsider non può dimenticarsi di razionalizzare le procedure di licenziamento. Non si elimina il pesante ricorso delle imprese ai contratti atipici se non si affronta il problema dei tempi e modalità delle uscite.
Selicenziare un dipendente richiede circa cinque anni (1) con costi elevatissimi e grande incertezza, un imprenditore sarà molto cauto nell’assumere a tempo indeterminato. Questo deprime l’incentivo a investire in formazione professionale e capitale umano. La flessibilità in entrata ha reso più facile il primo ingresso, ma ha creato una specie di mercato secondario da cui i meno fortunati e con qualifiche meno appetibili fanno fatica a uscire. E proprio questa flessibilità in entrata compensa il solido tappo che blocca le uscite, e che deriva dall’alto livello dei costi di licenziamento e dalla loro incertezza, alimentata dal ricorso al tribunale del lavoro e dalla durata delle cause.
Per il licenziamento individuale, dopo un passaggio all’ufficio provinciale del lavoro per la fase arbitrale, dove burocraticamente si prende atto che non vi sono possibilità di transazione, inizia un lungo iter presso il tribunale del lavoro. La causa è soggetta ai tempi della giustizia italiana: dura dai tre ai sei anni.
Nel caso, frequente, di invalidità del licenziamento, la legge prevede conseguenze diverse a seconda delle dimensioni della struttura produttiva del datore di lavoro: sanzione più rigida (tutela reale) per le aziende con più di 15 dipendenti e sanzione meno rigida (tutela obbligatoria) per quelle con meno di 15 dipendenti.. Il regime sanzionatorio più rigido è immediatamente esecutivo e il lavoratore può scegliere di essere reintegrato nel posto di lavoro. Oppure ottenere l’indennità sostitutiva di quindicimensilità e risolvere il rapporto di lavoro. Al lavoratore licenziato ingiustamente viene risarcito il danno subito, con una indennità commisurata alla retribuzione dal giorno del licenziamento sino a quello della effettiva reintegrazione. Nel caso in cui il lavoratore abbia esercitato un’altra attività durante il periodo di estromissione dall’azienda, i compensi sono decurtabili dalle somme riconosciute a titolo di risarcimento.
La sentenza è esecutiva e l’impresa deve pagare subito tutta l’indennità, anche se ricorrerà in appello. L’appello comporta un altro lungo periodo di attesa, alla fine del quale, se il licenziamento viene considerato giusto, l’impresa dovrebbe farsi rimborsare le mensilità erogate al licenziato.
Il datore di lavoro deve pagare anche le relative sanzioni per l’omissione del pagamento dei contributi durante il periodo in cui la causa era in corso, e che possono essere sostanziose se come spesso accade, dura alcuni anni.
La gestione delle spese procedurali introduce un’ulteriore asimmetria a favore del lavoratore. Se il datore di lavoro vince la causa, le spese giudiziali vanno suddivise tra le parti. Se invece viene condannato deve sostenere anche le spese legali della controparte.
In sintesi, assumere un lavoratore che non si rivela adatto a quel posto di lavoro può costare molto caro: all’indennità bisogna aggiungere le spese legali e i costi dei ritardi della giustizia. Il danno biologico è di solito solo appannaggio del lavoratore licenziato.

Verso la flexicurity

Se le cause di lavoro si risolvono di solito su un arco di tre–sei anni, cosa dovrebbe fare durante quel lungo periodo il lavoratore licenziato, se non cercarsi un altro posto? Quante persone, dopo questo percorso, si fanno reintegrare?
Pochissime, sia perché il lavoratore deve ricorrere a una strategia di sopravvivenza che lo coinvolge in altri programmi, a volte nell’economia sommersa, sia perché raramente vuole rientrare in un ambiente lavorativo ormai compromesso. Nonostante ciò, anche se il reintegro non è il vero obiettivo, c’è un incentivo a perseguire la via giudiziale perché la probabilità di vincere è alta e l’indennità corposa. Naturalmente questo modo di procedere esaspera l’incertezza sui tempi e sul costo del licenziamento.
Una buona proposta di riforma del contratto dovrebbe eliminare le distorsioni che le pratiche di licenziamento introducono nel mercato del lavoro. È fondamentale che i costi di licenziamento, per quanto elevati, siano certi. Ed è importante sia per il lavoratore che per l’impresa. Tutto ciò si può realizzare in due modi:

1) attraverso l’introduzione di costi di licenziamento, che per quanto alti o addirittura crescenti al crescere dell’anzianità del dipendente o al crescere della percentuale di disoccupazione creata dall’impresa, siano predefiniti e certi. Questo permette all’impresa di esercitare un proprio diritto e garantisce una buona indennità al lavoratore.

2) attraverso il ricorso a un arbitrato obbligatorio, che lasci l’intervento del giudice alle situazioni estreme, come il licenziamento discriminatorio (razziale, sessuale o religioso) o lesivo di diritti fondamentali del lavoratore. In questo caso è importante che le regole non siano sopraffatte dalle pratiche, che, come oggi, tendono ad allentare i criteri che definiscono le situazioni più gravi.
Naturalmente, la razionalizzazione dei licenziamenti non può prescindere dall’istituzione di un sistema di alti sussidi alla disoccupazione, accompagnato da programmi di riqualificazione e reinserimento dei lavoratori disoccupati. La ricetta è un modello di flexicurity che ha dato risultati eccellenti in molti paesi.


(1) Il Sole24 Ore del 7-11-07.

Fonte: www.lavoce.info

domenica, dicembre 09, 2007

Agli albori della Responsabilità sociale dell'impresa: la Dottrina sociale della Chiesa.

di Alberto Mattei


La Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), per dare una prima e generale definizione e presa in considerazione come iniziale studio della Responsabilità sociale dell'impresa, indica il complesso di principi, insegnamenti e direttive della Chiesa cattolica intesi a risolvere, secondo lo spirito del Vangelo, la questione sociale. Per quanto riguarda le fonti storiche, il nucleo principale della DSC è composto dalle encicliche e dai discorsi sociali dei Pontefici, fra cui la Rerum Novarum del 1891 di Papa Leone XIII, la Quadragesimo Anno di Papa Pio XI del 1931, la Mater et Magistra di Papa Giovanni XXIII del 1961 e, infine, la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II nel 1991.

I punti salienti, che si possono enucleare dai testi in materia di Magistero sociale, riguardano i temi dell'uomo, del lavoro e dello Stato, tra loro inscindibilmente connessi: da una parte, l'uomo, in quanto creatura di Dio, dotata di dignità spirituale e soprannaturale e figura al centro dell'ordine economico, sociale e politico: egli ha diritto al lavoro, all'uso dei beni materiali, alla proprietà, al giusto salario, alla libertà, alla partecipazione alla vita dello Stato, all'istruzione, alla collaborazione nella produzione della ricchezza; dall'altro, il lavoro, perché esso deve essere opera non di schiavi, ma, appunto, di uomini: è vera vocazione, mezzo per sviluppare la persona umana e, allo stesso tempo, esecuzione della volontà di Dio, perciò deve essere tutelato dalle leggi, giustamente retribuito e diritto di tutti. Infine, lo Stato: esso deve allo stesso tempo proteggere l'uomo e garantire il lavoro, nella cui comunità è identificabile l’impresa.

Le encicliche sociali sostanzialmente testimoniano la particolare sollecitudine della Chiesa nel ricondurre i grandi avvenimenti economici e sociali nell'alveo del messaggio evangelico: la rivoluzione industriale e i conflitti distributivi che essa aveva generato (Rerum novarum); la crisi del sistema capitalistico a cavallo tra gli anni Venti e Trenta (Quadragesimo Anno); la visione ecumenica dello sviluppo e della solidarietà dei popoli della fine degli anni Sessanta (Mater et Magistra); infine, la caduta dei sistemi collettivistici e la riaffermazione della prospettiva mondiale dello sviluppo e della solidarietà dei primi anni Novanta (Centesimus Annus).

La DSC, va precisato, non ha modelli economici né sistemi istituzionali da proporre, ma si preoccupa che tali costruzioni degli uomini siano rispettose della libertà dell'individuo e dei suoi valori, anche perché essa è collocabile piuttosto che sul piano economico-politico nel momento in cui si confronta con il liberismo economico e con le dottrine socialiste-marxiste, sul piano teologico-etico, campo che le compete: con visione ecumenica, infatti, indica la prospettiva mondiale per la soluzione dei problemi dello sviluppo e della solidarietà tra i popoli.

In un mondo globalizzato, l'accesso o l'esclusione dalle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione diventa sempre di più la vera discriminante tra Paesi ricchi e Paesi poveri e l'istruzione e la formazione del lavoro costituiranno lo snodo fondamentale del passaggio da una realtà all'altra. L'impresa costituisce, quindi, il luogo privilegiato dove è possibile effettuare questo salto e fondamentale è il ruolo dell'impresa socialmente responsabile nell'economia di mercato, perché in essa, come ci insegna il Magistero sociale della Chiesa, si manifesta la creatività dell'uomo, che consente di sviluppare la ricchezza e, conseguentemente, di realizzare una maggiore giustizia distributiva. L'impresa è, infatti, comunità di uomini e di valori, dove ognuno è chiamato a dare il meglio di se stesso in atteggiamento di servizio verso gli altri, moltiplicando i talenti che ha ricevuto .

La DSC, pur precisando che il sistema di mercato nel quale le imprese operano, risulta essere compatibile con la propria dottrina, afferma che tutto ciò non può contrastare con la dignità umana, e che sussiste una funzione sociale, mantenendo fermi i capisaldi della dignità della persona umana e della destinazione universale dei beni, ragion per cui l'interesse dell'impresa non si esaurisce in essa. Per tale motivo, sono necessari atteggiamenti di responsabilizzazione degli individui e delle comunità, di partecipazione politica e di rispetto dei limiti ecologici .

Articolo pubblicato sul periodico L'Apricittà - trimestrale di fatti e idee promosso dalle A.C.L.I., Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, dicembre 2007.



sabato, dicembre 01, 2007

C' è una voce in ognuno di noi che ci spinge a dubitare di Dio

di Carlo Maria Martini

Chi è per me Dio? Fin da ragazzo mi è sempre piaciuta l' invocazione, che mi pare sia di San Francesco d' Assisi, «mio Dio è mio tutto». Mi piaceva perché con Dio intendevo in qualche modo una totalità, una realtà in cui tutto si riassume e tutto trova ragione di essere. Cercavo così di esprimere il mistero ineffabile, a cui nulla si sottrae. Ma vedevo anche Dio più concretamente come il padre di Gesù Cristo, quel Dio che si rende vicino a noi in Gesù nell' eucarestia. Dunque c' era una serie di immagini che in qualche maniera si accavallavano o si sostituivano l' una con l' altra: l' una più misteriosa, attinente a colui che è l' inconoscibile, l' altra più precisa e concreta, che passava per la figura di Gesù. Mi sono reso conto ben presto che parlare di Dio voleva dire affrontare una duplicità, come una contraddizione quasi insuperabile. Quella cioè di pensare a una Realtà sacra inaccessibile, a un Essere profondamente distante, di cui non si può dire il nome, di cui non si sa quasi nulla: e tutto ciò nella certezza che questo Essere è vicino a noi, ci ama, ci cerca, ci vuole, si rivolge a noi con amore compassionevole e perdonante. Tenere insieme queste due cose sembra un po' impossibile, come del resto tenere insieme la giustizia rigorosa e la misericordia infinita di Dio. Noi non scegliamo tra l' una e l' altra, viviamo in bilico (...). Come dice il catechismo della Chiesa cattolica, la dichiarazione «io credo in Dio» è la più importante, la fonte di tutte le altre verità sull' uomo, sul mondo e di tutta la vita di ogni credente in lui. D' altra parte il fatto stesso che si parli di «credere» e non di riconoscere semplicemente la sua esistenza, significa che si tratta concretamente di un atto che non è di semplice conoscenza deduttiva, ma che coinvolge tutto l' uomo in una dedizione personale. Su questo punto, come su tanti altri relativi alla conoscenza di Dio, c' è stata, c' è e ci sarà sempre grande discussione. Per alcuni la realtà di Dio si conosce mediante un semplice ragionamento, per altri sono necessarie anche molte disposizioni del cuore e della persona (...). È dunque possibile conoscere Dio con le sole forze della ragione naturale? Il Concilio Vaticano I lo afferma, e anch' io l' ho sempre ritenuto in obbedienza al Concilio. Ma forse si tratta della ragione naturale concepita in astratto, prima del peccato. Concretamente la nostra natura umana storica, intrisa di deviazioni, ha bisogno di aiuti concreti, che le vengono dati in abbondanza dalla misericordia di Dio. Dunque non è tanto importante la distinzione tra la possibilità di conoscenza naturale e soprannaturale, perché noi conosciamo Dio con una conoscenza che viene e dalla natura, dalla grazia e dallo spirito Santo, che è riversata in noi da Dio stesso. Bisogna dunque accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo «il tuo volto, Signore, io cerco», e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l' amato del mio cuore; l' ho cercato, ma non l' ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze voglio cercare l' amato del mio cuore. L' ho cercato ma non l' ho trovato. Da poco avevo oltrepassato le guardie che fanno la ronda quando trovai l' amato del mio cuore...» (3,1-4). Ma per lui vale anche la parola che lo presenta come il pastore che cerca la pecora smarrita nel deserto, come la donna che spazza la casa per trovare la moneta perduta, come il padre che attende il figlio prodigo e che vorrebbe che tornasse presto. Quindi cerchiamo Dio e siamo cercati da lui. Ma è certamente lui che per primo ci ama, ci cerca, ci rilancia, ci perdona. A questo punto, sollecitati anche dalle parole del Cantico «ho cercato e non l' ho trovato», ci poniamo il problema dell' ateismo o meglio dell' ignoranza su Dio. Nessuno di noi è lontano da tale esperienza: c' è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere. Su questo principio si fondava l' iniziativa della «Cattedra dei non credenti» che voleva di per sé «porre i non credenti in cattedra» e «ascoltare quanto essi hanno da dirci della loro non conoscenza di Dio». Quando si parla di «credere in Dio» come fa il catechismo della Chiesa cattolica, si ammette espressamente che c' è nella conoscenza di Dio un qualche atto di fiducia e di abbandono. Noi sappiamo bene che non si può costringere nessuno ad avere fiducia. Io posso donare la mia fiducia a un altro ma soltanto se questi mi sa infondere fiducia. E senza fiducia non si vive (...). L' adesione a Dio comporta un' atmosfera generale di fiducia nella giustezza e nella verità della vita, e quindi nella giustezza e nella verità del suo fondamento. Come dice Hans Küng «che Dio esista, può essere ammesso, in definitiva, solo in base a una fiducia che affonda le sue radici nella realtà stessa». Molti e diversi sono i modi con cui ci si avvicina al mistero di Dio. La nostra tradizione occidentale ha cercato di comprendere Dio possibilmente anche con una definizione. Lo si è chiamato ad esempio Sommo Bene, Essere Sussistente, Essere Perfettissimo... Non troviamo nessuna di queste denominazioni nella tradizione ebraica. La Bibbia non conosce nomi astratti di Dio, mai ne enumera le opere. Si può affermare che ciò che la Bibbia dice su Dio viene detto anzitutto con dei verbi, non con dei sostantivi. Questi verbi riguardano le grandi opere con cui Dio ha visitato il suo popolo. Sono verbi come creare, promettere, scegliere, eleggere, comandare, guidare, nutrire ecc. Si riferiscono a ciò che Dio ha fatto per il suo popolo. C' è quindi un' esperienza concreta, quella di essere stati aiutati in circostanze difficili, dove l' opera umana sarebbe venuta meno. Questa esperienza cerca la sua ragione ultima e la trova in questo essere misterioso che chiamiamo Dio. D' altra parte ha qualche ragione anche la tradizione occidentale. Infatti tutte le creature hanno ricevuto da Dio tutto ciò che sono e che hanno. Dio solo è in se stesso la pienezza dell' essere e di ogni perfezione, e colui che è senza origine e senza fine. Tuttavia nel mistero cristiano la natura di Dio ci appare gradualmente come avvolta da una luce ancora più misteriosa. Non è una natura semplicemente capace di tenere salda se stessa, di essere indipendente, di non aver bisogno di nessuno. È una realtà che si protende verso l' altro, in cui è più forte la relazione e il dono di sé che non il possedere se stesso. Per questo Gesù sulla croce ci rivela in maniera decisiva l' essere di Dio come essere per altri: è l' essere di Colui che si dona e perdona.

Il Corriere della Sera, 16 novembre 2007
www.corriere.it

domenica, novembre 25, 2007

Serve coerenza

di PIETRO GARIBALDI

Nonostante il governo sia riuscito a far approvare la legge finanziaria al Senato, le vere scelte di politica economica si giocheranno dalla prossima settimana con il passaggio in Parlamento del cosiddetto pacchetto Welfare. Il disegno di legge sul Welfare, un testo tecnicamente separato dalla Finanziaria, contiene infatti la riforma delle pensioni e le modifiche alla normativa sul mercato del lavoro approvate dal governo con le parti sociali lo scorso luglio, e poi sottoposte in autunno dal sindacato a un referendum dei lavoratori.

Durante il passaggio parlamentare in commissione Lavoro, la maggioranza ha ancora una volta dimostrato che le differenze all’interno della coalizione sulle vere scelte di politica economica sono più vive che mai. La commissione Lavoro ha apportato due importanti modifiche rispetto al testo approvato a luglio. Le modifiche riguardano la disciplina dei lavori usuranti e la normativa dei contratti a termine. Entrambe le modifiche vanno chiaramente incontro alle esigenze della vecchia sinistra. Il senatore Dini ha subito affermato che in Senato, dove il pacchetto Welfare dovrà poi passare, non voterà alcuna modifica rispetto al testo di luglio. Il Consiglio dei ministri di ieri ha poi annunciato che porrà la fiducia in aula, ma il ministro per i Rapporti con il Parlamento non ha spiegato se la fiducia sarà posta sul testo di luglio o sul testo modificato in commissione. La situazione è a dir poco caotica. La definizione legislativa dei lavori usuranti è davvero importante, poiché corrisponde alla identificazione di quei lavoratori che potranno andare in pensione nel 2008 con 35 anni di anzianità e 57 anni di età, senza quindi dover rispettare il graduale aumento dell’età pensionistica previsto per il resto dei lavoratori italiani.

Le modifiche alla normativa portate in commissione hanno infatti allargato il numero totale degli aventi diritto fino quasi a 3 milioni di lavoratori, con rischi notevoli in termini di spesa pubblica. Il pacchetto Welfare, che contiene l’eliminazione del famoso scalone pensionistico introdotto dalla riforma Maroni, comporta già oggi un onere di 10 miliardi di euro. Allargando la platea dei lavori usuranti, il conto già salato è destinato a salire. Quella dei lavori usuranti è una materia decisamente complessa. L’unico modo per definire usurante un lavoro è probabilmente quello di analizzare il legame tra vita attesa e tipologia di lavoro. Materie di questo tipo dovrebbero essere sottratte al puro calcolo politico e corroborate da analisi scientifiche molto dettagliate, come suggerito da Tito Boeri su queste pagine. La decisione più sensata sarebbe probabilmente quella di confermare al governo una delega, in modo che l’argomento possa essere discusso con maggior rigore in un’apposita commissione. La seconda modifica riguarda la disciplina sui lavoratori a termine. I lavoratori a termine sono oggi in Italia circa il 10 per cento degli occupati, ma riguardano quasi la metà dei lavoratori più giovani. La partita sulle regole del lavoro è un elemento chiave della società italiana, e sarà destinata a tenere banco nella politica economica per i prossimi anni. In quest'ottica, sebbene le decisioni prese dal pacchetto Welfare siano marginali e non risolutorie, si stanno introducendo comunque importanti limitazioni alla possibilità di utilizzo di questi contratti. A luglio si era deciso che dopo 36 mesi di rapporto di lavoro a termine l’ulteriore proroga del contratto sarebbe potuta avvenire soltanto dietro autorizzazione sindacale. La commissione Lavoro ha introdotto invece due ulteriori restrizioni. Si vorrebbe considerare nei 36 mesi anche i periodi di interruzione del rapporto di lavoro e si vorrebbe in generale rendere legittima una sola proroga di otto mesi. I rappresentanti dei datori di lavoro hanno definito «inaccettabili» queste modifiche.

Al di là dei dettagli delle modifiche introdotte, ciò che appare davvero bizzarro è il metodo seguito dalla maggioranza di governo. Da un lato, è evidente che il Parlamento è sovrano in materia di politica previdenziale e regolamentazione del mercato del lavoro. Dall’altro lato, non si può dimenticare che il testo originario di luglio non solo è stato frutto di un lungo negoziato con le parti sociali, ma è stato poi anche approvato sul posto di lavoro da milioni di lavoratori. La soluzione più semplice e coerente sarebbe quella di tenersi strettamente al testo approvato con quell’accordo, ma molto raramente in Italia la politica economica segue vie semplici e coerenti.

La Stampa, 24 novembre 2007
www.lastampa.it